Fabbriche sì, fabbriche no
 

Nel dopoguerra, in Italia, un posto di lavoro e una professione sono intesi per sempre: un matrimonio che non conosce gli attuali requisiti della flessibilità, in cui il lavoratore si riconosce pienamente nel proprio luogo di lavoro, fra le cui mura imparate a memoria acquisisce una professionalità radicale. In quei decenni si sviluppano dei rapporti sociali, una fitta rete che genera la comprensione di sé e dell’altro da sé, poiché la fabbrica si articola ben oltre le proprie mura, definendo anche il tessuto pubblico e condizionando quello domestico.

Un segno della fabbrica che si fa antropologico. Se ci capita l'occasione di dialogare con dei lavoratori che in quel periodo storico hanno speso la loro vita professionale, ci possiamo rendere conto di come la presenza dello stabilimento fosse totalizzante. Anche fra i più critici emerge il senso di appartenenza quasi fisico con la fabbrica. Non è un caso che in diversi contesti di geografia umana essa venga paragonata a una grande madre.

Una madre che tutto risolve e che tutto causa, che offre tutto ciò che ha ma che tutto si prende, in una sorta di divorazione onnivora. Un’immagine di divorazione che, in un gioco di libere associazioni, può restituirci l'icona del pesce-cane de “Le Avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi.
In questo gioco uno stabilimento d'industria diviene «un’enorme testa di portento, con la bocca spalancata come una voragine, l'Attila dei pesci e dei pescatori», descrizione quanto mai efficace se pensiamo a noi che ci affacciamo sul Lario. «E' molto grosso questo pesce. Il suo corpo è più lungo di un chilometro, senza contare la coda» sono le parole che Collodi usa per raccontare la visione che Pinocchio ha del pesce-cane prima di essere divorato; parole perfette anche per rappresentare l'impatto visivo dell'architettura dei capannoni. Per proseguire la nostra allegoria, parole per il lavoratore che entra in fabbrica.

Entrando in fabbrica il lavoratore conquista una sicurezza economica; nel ventre del pesce-cane si nutre, alimentandosi di ciò che il mostro divora. Un operaio delle Acciaierie e Ferriere Lombarde di Dongo ha così definito questo rapporto: «ci fermavamo come bambini succhiando il latte della mamma e addormentandoci sul cuscino della ferriera». Una gran bella cosa, negli anni di pesca grande, quando le fabbriche sono una certezza che accudisce il lavoratore e la sua famiglia in piena logica paternalistica, quando gi interessi dell'industria in un certo qual modo sembrano coincidere con i bisogni dei suoi dipendenti. Durante il periodo del boom economico del secondo dopoguerra, la pesca è stata così abbondante da nutrire tanto se stessa (il pesce-cane) quanto i suoi Pinocchio ingoiati dentro il proprio ventre; ma quando la pesca a malapena è bastata a se stessa, ecco che i Pinocchio si sono trovati nella condizione di interrogarsi sulla natura del proprio legame con il pesce-cane. Quando gli interessi della fabbrica non sono coincisi più con i bisogni dei lavoratori, questi interrogativi sono risuonati come i moniti del grillo parlante.

Interrogativi che ci testimoniano di un processo di consapevolezza: la consapevolezza che l’enorme pesce-cane ha mangiato per sé. Dice Pinocchio: «Com'ero buffo quand'ero un burattino»; il burattino di legno si fa uomo solo attraverso la coscienza di sé: e da questa condizione rilegge tutto il suo passato. La sua storia di lavoratore, per concludere: «addio, mi avete ingannato una volta e ora non mi ripigliate più».

Quando il burattino diventa uomo, fuor di metafora quando il lavoratore si fa consapevole della propria dimensione storica e sociale, il dilemma fabbrica sì, fabbrica no, si presenta a noi in tutta la sua forza drammatica; e le carcasse delle fabbriche chiuse, abbandonate come pesci-cani spiaggiati sulle sponde del nostro lago, e i più in generale disseminate in tutto il nostro territorio, lo testimoniano.