| Il lavoro di insegnare (e imparare) |
|
Una società che non crede nella scuola è una società che non ha futuro. Poiché la scuola è il luogo da cui tutto ha origine e verso cui tutto dovrebbe confluire. Un fulcro nevralgico che ha la responsabilità di riuscire a formare, informando dei diversi saperi della società. Poiché è il luogo ultimo dove giungono i saperi, la scuola impara mentre insegna. Un circolo virtuoso teorico che pone la scuola nel cuore della conoscenza e, più in generale, della società. In cui il lavoro di insegnare e imparare diviene punto di congiunzione temporale tra il passato portatore di saperi, il presente definito dal progresso e il futuro identificato dagli allievi. La sostanza di questo incontro è il dialogo all’interno dei temi centrali della società moderna. Dialogo tra culture, tra popoli, tra generazioni, dove la scuola promuove la diversità e il dubbio, col compito ultimo di creare un linguaggio comune generato dalla verità del sapere. Cartesio scriveva: “Chi cerca la verità deve una volta nella vita dubitare di tutto, per quanto è possibile”. La scuola ha senso se é posta nel presente ma orientata al futuro; per fare questo necessariamente attinge ai saperi del passato. Altresì non può essere collocata nel passato della società: se la società investe nella scuola, significa che crede in se stessa e nel proprio futuro. A questo piano di forte idealità si contrappongono i dati reali: nell’ultimo triennio gli studenti delle scuole statali sono aumentati di 2.000 unità, arrivando a una popolazione di 65.234 allievi. Parallelamente a tale crescita vi è stato un taglio del 10% sull’organico di diritto, ossia docenti, personale amministrativo e ausiliario. Così in tre anni si contano 530 insegnanti in meno. La percentuale d’insegnanti precari è salita al 13% sul totale del corpo docenti. Il ritratto che emerge è significativo: alla volontà di edificare un futuro solido si offre una precarietà lavorativa, economica ed esistenziale. Viene da domandarsi quale fiducia nel futuro possa trasmettere un insegnante così precario, inserito all’interno di una scuola di fatto in dismissione. Se la scuola è il termometro dello stato di salute della società, è fin troppo facile prendere atto che l’unica prospettiva offerta per il futuro sia la precarietà. Alla scuola allora è possibile chiedere uno slancio etico; alle persone che la rendono viva, in primo luogo a docenti e studenti, è possibile chiedere di insegnare e imparare l’eccellenza e la giustizia, il merito e la solidarietà. Attraverso la modernità dei saperi.
Ma forse la questione è un’altra: oggi il sapere non sembra più essere considerato necessario. Eppure proprio in questi tempi di crisi viene da chiedersi se non abbia ragione Alessandro Bergonzoni, quando in un recente e accorato appello ha detto: «Possibile che la gente non si renda conto che non può essere tutto gestione economica e amministrativa della vita? Ci vuole un ottimo amministratore delegato che sia un poeta: qui mancano i poeti. Non gli economisti». Accogliere cioè le istanze di Serge Latouche che propone di tornare a ragionare sul significato di sviluppo, in cui al bilancio economico è necessario affiancarne altri d’impronta esistenziale: un logos in cui l'uomo si decolonizza dalla supremazia della tecnica e della finanza. Ecco che in tale processo di emersione il sapere recupera un senso profondo. |